ricordi

ricordi da vecchi diari…

domenica mattina. sono le 8.30.

l’aroma del caffè e lo sciabattare di mio padre mi annunciano che è ora di alzarsi. si disegna un sorriso sul mio volto.

è domenica. e di sicuro i miei genitori avranno qualche proposta divertente per la giornata.

e poi non importa. è domenca, e sono con loro.

non ho pensieri.

dai fori delle tapparelle chiuse posso intravedere il sole.

qualche timido raggio sta iniziando a scaldare quella mattinata gelida di dicembre.

ieri sera c’erano le stelle. il babbo mi dice sempre che un cielo notturno limpido preannuncia una bella, ma gelida, giornata. e che probabilmente la mattina dopo ci sarebbe stato il ghiaccio sull’asfalto, e un po’ di brina sulle foglie del giardino.

lancio la trapunta lontano da me, e scivolo giu dal letto.

i miei stanno colorando un gigantesco spazzolino di gomma piuma.

ero piccola, e ogni volta che vedevo lavorare i miei genitori, sorridevo.

a pensarci bene sorridevo per tutto, in quegli anni.

quel lavoro, che tanto ammiravo quanto mi aveva messo in difficoltà mimare il giorno prima, a scuola, quando la maestra ci chiedeva di far capire ai compagni quale occupazione avessero i nostri genitori, senza dire una parola.

mi ero sentita diversa da tutti gli altri, quel giorno.

e stavo bene. pensavo che sarebbe stato noioso mimare il lavoro di una cassiera, di una casalinga, o di un commercialista.

si, ero strana. e ne andavo fiera.

nei pomeriggi d’inverno mi divertivo a mescolare la colla per la carta pesta, in un gigantesco pentolino, mentre il babbo preparava lo scheletro della figura modellando la rete metallica con una tenaglia. adoravo il profumo della colla, e la sua consistenza cremosa. disegnavo sulla superficie, col bastoncino di legno, e quasi mi arrabbiavo quando quella melma si rimangiava tutto, e faceva sprofondare il mio disegno, fino a farlo scomparire.

costruivamo scenografie, per i loro spettacoli.

pensavo sempre che da grande avrei voluto diventare strana, come loro.

ho sempre raccontato in giro la storia della loro associazione, come un modello da seguire.

una storia di amici, nata negli anni ’70, in quel clima così acceso, vivo, animato da spirito di iniziativa e voglia di fare.

mi parlavano sempre degli “anni di piombo”. anche quella domenica, in macchina, mentre raggiungevamo un mercatino natalizio in un paesino dell’entroterra. i finestrini semi aperti, la cassetta dei led zeppelin, guardavo il panorama.. da lassù si vedeva il mare. pensavo che da grande sarei stata anche io una ribelle, e che magari avrei fatto parte di un collettivo, anche se non sapevo bene cosa volesse dire.

continuavo a chiedere come si fossero inventati quel lavoro, e come li animasse lo spirito di quegli anni. e i racconti andavano avanti, tra Gramsci e Pasolini, dalla pedagogia alla voglia di organizzarsi e trasgredire, insieme; ogni tanto mio babbo degenerava nella descrizione di qualche molotov durante un corteo, o nei motti urlati alle manifestazioni, eccheggiava “autonomia operaia….” ma veniva zittito da mia mamma, impaurita che mi facessi ammaliare da quei racconti, ma mentre il mangiacassette riavvolgeva il nastro sentivo sussurrare il continuo “…cannibalizzazione…forchetta!coltello!…” dallo specchietto retrovisore colgo l’occhiata gelida di mia madre, che cercava perlomeno di zittirlo nel finale “…magiamoci il padrone!” ma invano.

“erano altri tempi” diceva sempre con un sospiro, e dai suoi occhi trapelava un vago senso di tenerezza e rimorsi, di nostalgia e di voglia di dimenticare.

In collina c’era la neve. Senza insistere troppo ci fermammo in una piazzola per la strada. Una collina bianca…la nebbia.

Da lassù la foschia impediva di vedere il mare.

Nonostante tutto c’era un’atmosfera magica; il babbo caricò un rullino sulla sua Olympus, e fece qualche scatto.

Volevo fare anche io delle foto, quindi corsi in macchina e presi la mia macchinetta giocattolo di plastica: dal mirino si vedeva una cartolina di un tramonto sul colosseo. feci finta di non vederlo, studiai l’inquadratura, e quando fui soddisfatta schiacciai un tastino, che in realtà non fece che mostrarmi la cartolina sucessiva: parigi di notte. mi sentivo comunque soddisfatta del mio scatto.

Dalla nebbia emerse mia madre, con in mano una primula viola. Era tutto bianco, e i suoi capelli biondi e il viola acceso della primula contrastavano con tutto il resto, quasi fosse un quadro ad olio dalle pennellate materiche, che si confondevano e si mescolavano le une nelle altre.

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2 pensieri riguardo “ricordi”

  1. Ila tesoro mi rendi così orgogliosa…e ogni volta che ti ricordo da bambina mi assale un’incredibile tenerezza (perdonami sto diventando vecchia!)

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