Ritratto di Lewis Payne, Alexander Gardner

La fotografia, datata aprile 1865, mostra il giovane condannato a morte Lewis Payne, che tentò di assassinare, il 14 aprile, il segretario di stato americano W. H. Seward.

L’appena ventunenne Lewis Payne è mostrato all’interno della sua cella prima di essere giustiziato, appoggiato a un muro, leggermente decentrato sulla sinistra.

Una luce frontale, proveniente dalla destra del soggetto, mette in evidenza i solchi e i graffi presenti sulla parete.

Payne risulta obbligato in una posa, schiacciato contro una parete, le manette strette ai polsi che impediscono ogni movimento.

I graffi sul muro attirano l’attenzione dell’osservatore ancor più delle manette: l’ambientazione, per quanto assolutamente vuota e fredda, risulta influenzante nella lettura dell’immagine.

Il volto del giovane accostato al muro lucido e graffiato crea un forte contrasto.

Ciò che emerge è la sensazione che il soggetto sia immerso in uno spazio che non lo riguarda, succube di ciò che sta accadendo, lo sguardo intenso ma enigmatico: forse spaventato, dubbioso, certamente interrogatorio e determinato.

I forti contrasti chiaroscurali evidenziano ancor più l’espressione del soggetto, creando un’immagine che si pone come fine non tanto la rappresentazione di un condannato a morte, (le manette, simbolo dello stato di prigionia, sono infatti fuori fuoco) quanto piuttosto un’introspezione psicologica del soggetto, inscindibile dal suo tempo e dalla storia.

Nell’attimo dello scatto la scena all’interno della cella si è trovata immobile davanti alla macchina fotografica, e ciò che ne scaturisce è un’immagine statica, senza tempo, silenziosa, avvolta in un clima di sospensione, e l’apparente immobilità induce l’osservatore alla riflessione, a una maggiore attenzione volta a cercare simbologie, e alla ricerca di nuovi significati.

Payne è attaccato ad un muro, tutta la spina dorsale sino alla nuca si appoggiano ad esso, ma non appare abbandonato, al contrario è consapevole e presente, il volto leggermente alzato; lo spazio che separa la testa del soggetto dal margine superiore del quadro occupa quasi un terzo dell’immagine, a suggerire un senso di schiacciamento della figura verso il basso mentre la luce accentua ancor più lo schiacciamento allo sfondo.

Si disegnano sull’immagine queste linee di tensione, quasi a suggerire una pressione sul giovane rappresentato, in direzione del basso del fondo.

L’immagine porta a vedere in Lewis Payne il portavoce, non l’assassino. Non il condannato a morte, bensì colui che, come tanti altri in un clima di guerra e odio, vedeva nella violenza l’unica soluzione.

La stessa notte in cui il giovane tentò di assassinare il segretario di stato americano, Atzerodt avrebbe dovuto uccidere il Vice Presidente Johnson, e Booth Abraham Lincoln.

I cospiratori avevano pianificato l’assassinio dei tre nello stesso istante, ma Lincoln fu l’unica vittima: Booth sparò al presidente gridando Sic semper tyrannis!”(“Così sempre per i tiranni!”).

Booth fu scoperto nascosto in un granaio e venne ucciso; diversi altri cospiratori vennero infine catturati e impiccati o imprigionati.

Quattro persone furono giudicate da un tribunale militare e impiccate per complicità nell’assassinio, tra le quali Lewis Payne, il giovane ritratto nella fotografia di Alexander Gardner.

Una breve introduzione riguardo la carriera di Gardner e la messa a fuoco delle situazioni con le quali si è rapportato, può certamente essere di aiuto alla comprensione dell’immagine.

Il fotografo registrò numerose testimonianze della guerra civile (che si concluse nello stesso anno di “Ritratto di Lewis Payne”), inizialmente al seguito di Brady  e, successivamente, assieme ad un proprio corpo di fotografi tra i quali O’Sullivan e altri collaboratori.

Come altri fotografi di guerra, nei giorni che seguirono la cessazione delle ostilità in America, Gardner seguì la costruzione della ferrovia transcontinentale: prima il settore orientale e poi, al seguito di una squadra incaricata dei rilievi, il tracciato sud occidentale. Nel 1868 pubblicò un album di immagini che mostrano sia la costruzione della ferrovia sia il paese stesso in modo molto efficace (“Across the Continent on the Kansas Pacific Railroad”).

Gardner fotografò il Presidente Lincoln in svariate occasioni e per questo motivo, nel periodo successivo al suo assassinio, fu l’unico fotografo al quale venne concesso di registrare l’impiccagione dei cospiratori.

Fotografò la cerimonia funebre, la folla, i prigionieri nelle celle, gli stessi cospiratori incappucciati e ondeggianti al patibolo.

L’approccio con il quale Gardner ritrae il giovane condannato a morte è pressoché il medesimo con il quale mostrò, nel 1863, un cecchino morto durante la guerra civile con il corpo abbandonato sulle rocce (allegato n. 1) e, nel ’62, un soldato confederato a terra, in una posizione che fa intuire che si sia trascinato in un burrone, dove morì. (allegato n. 2)

Le immagini citate riescono, in un certo senso, a far ragionare su ciò che avvenne prima dello scatto o subito dopo.

Anche nelle fotografie rappresentanti i caduti della guerra civile, si nota una tendenza a ragionare sul tempo, l’occhio si sposta all’interno dell’immagine cercando un elemento che possa in qualche modo suggerire la scena successiva o precedente, analizzando quei contesti così nitidi sul piano del soggetto, che vanno sfocandosi, man mano che aumenta la distanza da esso.

Questo è l’approccio comune alle fotografie sopra citate di Gardner: fotografie che vogliono narrare, e in particolare vogliono narrare la morte, esplicitamente nelle immagini della guerra ed in modo implicito quando essa è imminente come appunto  nella rappresentazione di Lewis Payne.

Non sono semplicemente attimi di realtà estrapolati dalla vita di soldati, uomini, condannati: sembrano piuttosto voler uscire dalla “trappola della fotografia” intesa come spazio che non si evolverà mai, insofferenti all’immobilizzazione alla quale sono destinati, bloccati in un tempo che non parlerà mai né del passato né del futuro.

L’osservatore avverte l’insofferenza ed il disagio nel vedere la morte in queste fotografie: non la rappresentazione della morte di un individuo (sia esso soldato o assassino), bensì il concetto assoluto ed universale della fine.

Questi ritratti rappresentano la distruzione della vita.

Nelle opere di Gardner l’immobilizzazione del tempo è straziante; il fotografo induce l’osservatore a rapportarsi col significato intrinseco della fotografia, con l’elemento più malinconico e spaventoso: il tempo, l’attimo reso eterno dalla fotografia stessa.

Davanti al soldato morto sull’erba abbiamo come l’illusione che il suo corpo si trovi ancora lì, così come osservando Lewis Payne, immaginiamo che il giovane debba ancora essere giustiziato.

Dal momento in cui ci si sofferma sulle immagini e si riflette sulle caratteristiche proprie della fotografia, le opere diventano ancor più coinvolgenti e cariche di forza, malinconia, mettendo in evidenza la potenza del mezzo fotografico.

Il soldato è morto, l’immagine ha reso eterna la sua morte, eterna per antonomasia. C’è una sorta di continuità straziante tra le caratteristiche del linguaggio fotografico e ciò che viene rappresentato.

Lewis Payne ritratto nella fotografia sta per essere giustiziato, ma nella realtà è già morto. In questo caso la fotografia crea una sorta di confusione tra reale e vivente: per citare Roland Barthes nella fotografia si legge “allo stesso tempo: questo sarà e questo è stato…” (R. Barthes, “La camera chiara”)

L’immagine si fa portavoce delle caratteristiche e della forza del linguaggio fotografico: essa rende eterno un attimo del presente, il reale è immobilizzato.

La fotografia mostra un attimo del presente appartenente al flusso della vita, ma immediatamente differito: quel momento entra a far parte di uno spazio “altro”, bloccato per sempre in un’esistenza senza avvenire, nell’immobilizzazione dell’immagine fotografica, nella quale il tempo è ostruito e in essa nulla può sottrarsi né trasformarsi.

È la stessa immobilità della fotografia a creare l’illusione di eterno, di vivente.

L’apparecchio fotografico assicura che ciò che vediamo è reale, ovvero che l’immagine mostrata è stata realmente davanti all’otturatore; inconsciamente siamo portati a legare l’idea di reale a quella di vivente, di eterno.

Al contrario, quel che è mostrato è qualcosa che “è stato”, in un tempo passato e che è morto.

La fotografia è l’immagine viva di una cosa morta, per Barthes “il reale allo stato passato”, pensiero tradotto in immagine nel ritratto di Lewis Payne.

 “E’ morto e sta per morire”.

Caratteristica affascinante della fotografia, per quanto malinconica e destabilizzante, è appunto la capacità di  far convivere presente e passato all’interno della stessa immagine.

Questa fotografia mostra in modo particolarmente chiaro ed evidente le peculiarità proprie del linguaggio fotografico: dal tempo, al rapporto con ciò che è morto.

Essa riporta in vita qualcosa che non c’è più, come nel teatro gli attori interpretano le parti dei morti restituendo loro, in un certo senso, la vita; la fotografia è la rappresentazione immobile di ciò che è stato.

Lewis Payne viene riportato in vita, e assieme a lui vengono rievocati gli asti, gli odi, la violenza, e le contraddizioni di un’America degli anni ’60 del XIX secolo.

Dal momento in cui viene ritratto, Il giovane diventa icona.

È il segno visivo della tensione che attraversava la nazione in seguito all’elezione di Lincoln e della ribellione nei confronti dei poteri che egli deteneva durante la guerra di secessione, superiori a quelli di qualsiasi altro presidente che lo aveva preceduto.

Il momento della posa determina la morte di Lewis Payne, è l’attimo in cui il reale si è trovato immobile di fronte all’occhio del fotografo, il quale si è impossessato della sua persona per esprimere il suo pensiero, ma è anche il momento in cui viene data l’immortalità all’istante rappresentato.

Non è un ritratto statico e asciutto: dal soggetto emana una sorta di energia, di coscienza impalpabile. La fotografia palesa l’”aria”, l’essenza stessa del soggetto rappresentato, velandolo del riflesso di un valore, di un ideale di vita.

Trovo che questa immagine sia molto moderna: non si tratta di una mera simulazione dello spazio reale, come accade nella maggior parte delle opere ottocentesche.

Essa va oltre alla rappresentazione oggettiva di un condannato all’interno della sua cella, e al soggetto vengono attribuite nuove simbologie e nuovi contenuti.

Nell’immagine si scorge lo stile dell’autore, l’interpretazione che egli dà a ciò che si è posto di fronte all’apparecchio fotografico.

Si crea qualcosa di profondamente diverso dalla realtà, la fotografia si appropria di un significato intrinseco da interpretare.

Essa coinvolge, inonda la vista, ci induce a riflettere sullo sguardo di Lewis Payne, sulla situazione socio-politica di quegli anni in America, sulla rabbia e sulla giovinezza, sui contrasti chiaroscurali e sulle controversie della guerra, in un continuo alternarsi tra ciò che vediamo e ciò che è narrato, anche se non mostrato visivamente nell’immagine.

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