Woman with veil on fifth avenue, Diane Arbus

La fotografia di Diane Arbus mostra una signora abbigliata con estrema cura e sfarzosità sulla quinta avenue. La figura è collocata al centro del formato quadrato dell’immagine ed il suo primo piano occupa quasi totalmente il quadro, lasciando intravedere palazzi e muri alle sue spalle.

La donna con veletta sembra quasi deformata da un’inquadratura troppo ravvicinata, un punto di vista leggermente abbassato mette in evidenza ancor più la circolarità del viso e un probabile flash di schiarita frontale dà luminosità al volto in ogni sua parte, appiattendo i volumi e separando completamente il soggetto dallo sfondo.

L’intensità della luce diretta mette in risalto le imperfezioni della pelle ed alcune zone lucide del volto, oltre a contornare gli occhi di un nero ancora più profondo.

Vi è un forte contrasto tra gli abiti sfarzosi del soggetto ed il volto deformato, tra l’atteggiamento di franchezza e superiorità ostentato dalla donna e ciò che in realtà è.

Il soggetto si avvicina all’osservatore, occupa la superficie dell’immagine quasi totalmente, invadendolo ed immobilizzandolo, quasi chiamandolo in causa.

Lo sguardo in macchina se da una parte genera il coinvolgimento emotivo dell’osservatore, facendolo quasi sentire “diverso”, dall’altro fa apparire il soggetto ancora più strano, quasi pazzo, sensazione accentuata da un sorriso goffo e forzato.

Sconvolge il fatto che la donna posi con quella sfacciata disinvoltura, in quanto non ci si aspetta, da un soggetto come quello mostrato, un atteggiamento così autentico di fronte all’obiettivo: la donna si abbandona davanti alla macchina fotografica, lo sguardo diretto verso l’osservatore denota solennità e franchezza.

Questo comportamento sta a testimoniare una forte cooperazione tra colui che si pone di fronte all’obiettivo, e colui che inquadra.

Diane Arbus è una figura controversa e affascinante nella storia della fotografia.

Nell’arco della sua breve carriera, concentrata in un periodo di soli undici anni, dalla prima pubblicazione su “Esquire” nel 1960 fino alla data della sua morte avvenuta nel ‘71, fotografò con struggente crudezza persone ai margini della normalità: giganti, nani, travestiti e fece della macchina fotografica un mezzo per additare le rassicuranti e noiose convenzioni borghesi del “buon costume”.

Arbus, fotografa di moda di professione, rinuncia al rigore formale e alla perfezione tecnica già sul finire degli anni ‘50.

Le sue immagini corrispondono alla presa di coscienza della nuova generazione, alla reazione e al rifiuto delle tradizionali convenzioni sociali, dei modelli di vita di una classe in cui i giovani non si riconoscono, del falso moralismo di un mondo ormai decadente che verrà spazzato via con il ’68.

Le contraddizioni economiche e politiche negheranno, dal finire degli anni 50 del ‘900 in poi, la possibilità di creare progetti fotografici ottimisti come era successo in passato.

I suoi temi sono allora quelli che la renderanno celebre del “submondo” dei freaks.

La fotografa operò nel periodo in cui i freakshow erano proibiti; scopre di poter incontrare quotidianamente a Coney Island le sventurate vittime di congenite deformità e gli individui eccentrici che ritrarrà instancabilmente.

Diane Arbus non è stata la prima ad indagare il proibito: suoi illustri predecessori riguardo a scabrosità d’argomenti e crudezza d’immagini erano stati per esempio  Brassaï, o Weegee.

La sua ricerca di un esasperato realismo può trovare punti di contatto con le fotografie scattate da Walker Evans per le vie di Chicago, o con le incisive immagini di Robert Frank.

Con quest’ultimo vi è un ulteriore elemento comune: mostrare l’America come la tomba dell’occidente, con uno sguardo disincantato e critico nei confronti della società.

Ma la differenza sta nella gamma degli altri soggetti e delle altre emozioni che Weegee, Evans, Hine hanno fotografato.

Diane Arbus non esplora tutti i soggetti possibili, bensì colleziona la stessa gamma di soggetti che appartengono alla stessa famiglia.

Di famiglia ebraica benestante, cerca un modo per ribellarsi al senso di irrealtà nel quale è vissuta, sfogando così la frustrazione di persona che sta al sicuro e contestando la propria posizione di privilegio, sensibilità che avrà una fioritura negli anni ’60-’70.

Ciò che la macchina fotografica coglie è l’ignoto e, nel suo caso specifico, l’ignoto equivale a ciò da cui è stata protetta mediante un’istruzione moralistica e prudente.

Nell’opera presentata, come nelle altre fotografie, Diane Arbus si immerge in esperienze che non si possono abbellire, incontra ciò che è perverso e malvagio.

La fotografa scrive: “una delle cose per cui sentivo di soffrire da bambina, era che non avevo mai conosciuto l’avversità. Ero prigioniera di un senso d’irrealtà. E questa sensazione di immunità, per quanto ridicolo possa sembrare, era dolorosa”.

Diane Arbus metteva a proprio agio i suoi soggetti, “faceva amicizia”: le sue immagini sono qualcosa di sentito e volontario ed il suicidio, avvenuto nel 1971, sembra quasi dimostrare che la sua opera è partecipe, che ogni fotografia costituiva per lei un pericolo.

A tal proposito particolarmente affascinanti, seppur struggenti, sono le parole che anticipano, in un certo senso, la sua “morte in battaglia”: “io avanzo strisciando sul ventre, come i soldati nei film di guerra […] Dio sa che quando i soldati iniziano ad avanzare verso di te, provi la sconvolgente sensazione che potresti benissimo rimanere uccisa”.

La donna rappresentata nel ritratto non esprime disagio o sofferenza per il proprio esser “strana”.

Non vi è quindi un atteggiamento atto a suscitare compassione, al contrario uno sguardo naturale e genuino rivela l’essenza stessa del soggetto, la profondità della persona, filtrata attraverso la sensibilità della fotografa.

Il valore estetico finale è di fatto dato dalla fotografa stessa, che in base alla sua sensibilità vuole rendere il suo soggetto bello, brutto, divertente, goffo, affabile.

I ritratti della Arbus, per quanto rappresentino spesso soggetti simili tra loro, sono trattati in modo sempre diverso, quasi a voler cogliere la complessità stessa dell’uomo, l’essenza della persona, unita ai sentimenti personali della fotografa generati dai soggetti.

Si tratta di un’investigazione dal carattere soggettivo.

Non mostra in modo scientifico un catalogo di persone, ma ognuna è trattata con grande umanità e partecipazione;

Diane Arbus ammira e studia l’opera di August Sander, nelle quali le persone ritratte si porgevano guardando lo spettatore, in piedi al centro di un sobrio sfondo; per entrambi la fotografia doveva essere uno strumento d’investigazione, ma Arbus non cerca, al contrario di Sander, una classificazione “scientifica” (e quindi freddamente oggettiva) del

genere umano, piuttosto uno scambio d’emozioni fra fotografo e fotografato, portando sull’immagine il suo giudizio finale sulle persone.

Il ritratto in analisi infatti, è il punto d’incontro tra la personalità della Arbus e quella del soggetto presentato, ma assume rilevante importanza lo scopo che guida la fotografa, ovvero ciò vuole esprimere mediante il suo soggetto.

Nel saggio “Sulla fotografia”, Susan Sontag dedica alcune pagine alla riflessione sulla fotografa, mettendo in evidenza il suo disinteresse verso un giornalismo etico. Ella “sceglieva soggetti che poteva credere di aver trovato, là dove stavano, senza che fosse collegato loro alcun valore. Sono necessariamente soggetti astorici, fenomeni patologici più privati che pubblici, vite più segrete che aperte”.

Tuttavia nell’opera presentata regna una sorta di critica sociale, legata all’attualità e ai conflitti di classe.

La donna sulla quinta avenue indossa orecchini di perle, un copricapo con veletta, è truccata con cura, quasi a rappresentare l’altra faccia della classe sociale contro la quale si batteva la fotografa.

Sembra quasi che la Arbus volesse simboleggiare con questa immagine una borghesia giunta ormai al declino, mostrare una classe sociale attraverso un nuovo punto di vista, mettendola in ridicolo, sbeffeggiandola e facendo emergere le contraddizioni della società contemporanea.

La ripresa leggermente ribassata fa acquisire al soggetto solennità e importanza, quasi appartenesse a una classe sociale alta.

Lo sguardo sicuro della signora è rivolto al mondo che la circonda, uno strano sorriso di superiorità si disegna sul volto, accentuato da un rossetto che rende più scure le labbra.

È interessante notare che nell’epoca in cui Warhol diffondeva, deridendola, l’estetica del fascino lasciando spazio alla parodia, Diane Arbus le voltava completamente le spalle, in nome di immagini come quella presentata, ritraendo tutto ciò che è pericoloso, brutto, affascinante, o comunque “diverso” dal comune.

Warhol, nel frattempo, sovvertiva il senso e il mercato dell’arte contemporanea amplificando le peculiarità della società dei consumi attraverso le sue stesse icone.

Le strade sono completamente diverse, pur essendoci alla base la stessa ricerca estetica che oscilla tra noia e mostruosità.

Nonostante questo, gli aggettivi con i quali Arbus descrive i suoi soggetti come “pazzeschi”, “fantastici”, “sensazionali” corrispondono allo stupore della mentalità pop.

Il fotografo, e l’artista in generale, cerca sempre di trovare nuovi modi per guardare soggetti familiari, o di colonizzare nuove esperienze, al fine di combattere la noia.

“Si passa dalla noia per arrivare all’attrazione” notava Diane Arbus; fotografando il sottomondo, non voleva vivere gli orrori propri degli abitanti di questi luoghi, ma “visitarli”.

Essi dovevano rimanere esotici e “pazzeschi”, anche se immagini come questa sembrano celare, dietro la rappresentazione di un sottomondo, critiche riguardo la società attuale.

La macchina fotografica del caso di Diane Arbus non è che un lasciapassare per cancellare le leggi morali e le inibizioni sociali.

Il lavoro della fotografa ha modificato progressivamente la morale comune emancipandosi dagli stereotipi dei tabù.

Uno degli aspetti che rende la fotografia un mezzo “potente” è proprio la sua capacità di abbassare la soglia del terribile.

Una riflessione interessante al riguardo è riportata da Susan Sontag in “Sulla fotografia”: l’arte moderna, in particolare nei paesi capitalistici, tende ad attenuare il disgusto sensoriale e morale, abituandoci a ciò che un tempo non sopportavamo di vedere o udire.

In altre parole l’arte modifica la morale, e di conseguenza cambiano le definizioni di scandaloso, doloroso o imbarazzante, tracciando nuovi limiti tra ciò che è intollerabile e ciò che non lo è.

In “apocalittici e integrati”, Umberto Eco identifica nel “mostro” la “violazione delle leggi naturali, il pericolo che incombe, l’irrazionale che non possiamo più dominare”.

La donna con veletta di Arbus, sfrutta il potenziale sovversivo dell’anomalia, mettendo sottosopra l’ordine prestabilito, a favore di un irrazionale che talvolta infastidisce, portandoci, paradossalmente, ad un’attrazione pervasa da un senso di angoscia, quasi ci sentissimo chiamati in causa.

La fotografa raccoglie immagini colme di sofferenza, e obbliga l’osservatore a guardare  in faccia, con atteggiamenti diversi ma mai con ripugnanza, gli orrori della vita.

Walker Evans, suo grande estimatore, vedrà in lei una “cacciatrice d’immagini”, e ne scriverà: “La sua originalità è nel suo occhio, spesso rivolto al grottesco e all’audace, un occhio coltivato… per mostrarti la paura perfino in una manciata di polvere”.

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